
Confidiamo non sia stata l’unica lettera scritta al “Corriere della Sera” da un lettore – in questo caso, una lettrice – sollecitato a dire la sua da quanto scritto da Susanna Tamaro.
Gentilmente ha condiviso con noi le sue riflessioni e noi facciamo altrettanto con voi. Chi sa? Magari verrà voglia a qualcuno di prendere anche lui la penna e far così capire che il “pensiero unico” non è più così tanto… unico!
Eccole:
Ho letto con molto interesse l’articolo di Susanna Tamaro “La Biodiversità non si difende con le doppiette” che ieri ha trovato ampio spazio sul Vostro quotidiano.
Sono una settantenne ambientalista convinta, tuttavia equidistante dalle esasperate e contrapposte posizioni di cacciatori e animalisti. Vivo nella campagna toscana, in una proprietà latistante un corso d’acqua, circondata da vigneti, uliveti, boschi e incolti, oltreché essere madre di un adolescente che purtroppo ha avuto un incidente a causa dell’attraversamento di un cinghiale.
Dico subito che non mi trovo d’accordo con quanto scrive la Sig.ra Tamaro e per una volta mi vedo costretta a prendere le parti dei cacciatori. Innanzitutto trovo poco democratico (per usare un eufemismo) irridere ai cacciatori perché all’attualità costituiscono una minoranza di anziani che sarebbero da considerare irrilevanti nelle espressioni di opinioni anche identitarie.
In disparte che ogni minoranza trova tutela e merita rispetto, l’interesse politico non può essere ridotto a un tornaconto di voti. Oltretutto intorno alla caccia ruotano interessi economici e sociali ben più vasti che tra l’altro coinvolgono numerose famiglie di artigiani, di commercianti, di allevatori, di gestori di comparti territoriali, etc… che rappresentano comunque, per scendere alle considerazioni della Sig.ra Tamaro, milioni di voti cui la sinistra, ma solo oggi, volta il …sedere (rigorosamente con l’erre moscia).
Non condivido poi che sia “imbarazzante” ritenere che i cacciatori contribuiscano alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi addirittura esautorando il lavoro dell’Ispra, delle Università e dei Carabinieri Forestali. Infatti l’Ispra e le Università si avvalgono dei cacciatori e delle associazioni venatorie nel monitoraggio e nello studio della fauna selvatica, i Carabinieri Forestali per le attività di controllo, il Commissario Straordinario per il contenimento della peste suina.
Del resto la stessa Sig.ra Tamaro, di fronte al sovrannumero di cinghiali, riconosce che “ogni paese in Italia ha ormai la sua squadra di cinghialai che compie continue battute per tenerne sotto controllo il numero”: mi sembra in questo di poter cogliere un’evidente contraddittorietà giacché allora senza i cacciatori sarebbe del tutto incontrollabile l’espandersi di questa specie (e di altri ungulati) con tutte le conseguenze, ormai fin troppo note e attuali, in punto di danni alle colture, all’incolumità e alla salute pubbliche.
“Imbarazzante” mi sembra semmai illudersi che la sola presenza dei lupi sia sufficiente a ristabilire “l’ordine preda/predatore”. I lupi sono arrivati in gran numero anche nei centri abitati, predano animali domestici e di compagnia, fanno razzia negli allevamenti e, di recente, si sono resi pericolosi anche nei confronti dell’uomo. Magari si accontentassero solo dei “succulenti bocconcini che sono i cinghialetti”.
Come ho detto, anch’io vivo in campagna da quando sono nata e altrettanto “posso dire di avere il polso della situazione”. Se non ci fossero i cacciatori a svolgere volontariato tutto l’anno per mantenere l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi non troverebbero certo conservazione dall’Ispra, dalle Università e dai Carabinieri Forestali che, per mancanza di mezzi e risorse, non ho mai visto svolgere alcuna concreta e continua attività a tal fine sul territorio.
Non so in quale campagna di quale paese viva la Sig.ra Tamaro perché in Italia, a parte i cosiddetti “estatini” tra cui il rigogolo che non sono cacciabili, gli uccelli migratori cacciabili arrivano in autunno e vi restano fino a marzo trovando habitat idonei allo svernamento; proprio quegli habitat che i cacciatori curano meritoriamente di mantenere e migliorare.
Diamo dunque a Cesare quel che è di Cesare.
Leggo che senza insetti gli uccelli soffrono e “pigolano sempre più piano”. Vero. Non ricordo però di iniziative parimenti enfatiche volte a evitare, non solo in agricoltura ma anche a casa di ciascuno di noi, l’uso di pesticidi e repellenti, il taglio di piante, siepi e fiori, l’utilizzazione di mezzi meccanici. Da qualche tempo semmai in favore della sopravvivenza delle api, ma queste non sono, come tutti sanno, di interesse venatorio al pari di altri insetti, dei rospi, dei pipistrelli la cui rarefazione è sotto gli occhi di tutti. In Italia ci sono 16 specie di insetti super protetti che finiscono, in particolare in questa stagione, spiaccicati sui parabrezza: che facciamo, eliminiamo i mezzi di trasporto pubblico, le auto, gli scooter?
Tantomeno mi sembra che il Regolamento unionale Nature Restoration Act vieti la caccia, riconosciuta come lecita dalla normativa europea, sicché è richiamato in maniera inconferente.
Piuttosto rispettiamo l’art. 18, comma 1 bis, della legge 157/1992, che non è oggetto del contestato disegno di legge 1552 e che espressamente vieta per ogni singola specie l’attività venatoria durante il ritorno al luogo di nidificazione, durante il periodo della nidificazione e le fasi della riproduzione e della dipendenza degli uccelli. Previsione normativa questa che ha evitato all’Italia di incorrere in sanzioni da parte della Comunità Europea.
Posso comprendere che l’esasperazione ideologica porti a odiare la caccia così tanto da considerarla pratica barbara da abolire. Ma anche tanti “altri passatempi di molta meno fatica che appassionano i nostri giovani digitali” sono allora più deleteri e da vietare. Penso ai “giovani digitali” che trascorrono ore e ore al cellulare, le notti a rincoglionire in discoteca, i pomeriggi a bighellonare per strada…. ma penso anche a quei giovani meno digitali che per esempio si dedicano alla pesca (soprattutto subacquea) che conduce a sofferenze e pregiudizio delle specie ittiche, che praticano il motocross in aperta campagna deturpando prati e sottoboschi, che sono appassionati di sci il cui esercizio presuppone sventrare montagne per ricavarne le piste. Ma a riflettere con serenità persino chi cerca funghi e tartufi, chi taglia i boschi, chi sguazza in mare, chi pratica surf o il trekking, chi utilizza imbarcazioni… tutti creano disturbo, alterano l’ambiente e provocano sofferenze e morte di animali. Quindi a ben vedere ogni attività umana e persino la realizzazione di opere pubbliche e finanche di impianti di energia rinnovabile sconvolge la biodiversità e gli ecosistemi.
Non meno “offuscata” mi pare la visione dei richiami vivi crudelmente detenuti in anguste gabbiette che secondo la Sig.ra Tamaro dovrebbero essere sostituiti con richiami elettronici facendo ricorso ad apposita app. (il che è severamente vietato e sanzionato): e i canarini? E i pesci nei piccoli acquari? E gli animali selvatici negli zoo? E quelli negli allevamenti intensivi?
Resto poi senza parole in ordine al compito che la Sig.ra Tamaro attribuirebbe all’Ispra che, secondo lei, “si occupa di bucare le uova” dei gabbiani reali così finendo per configurare a carico dei responsabili dell’Istituto addirittura un’ipotesi di reato. Ma ha verificato se in capo all’Ispra sussista davvero un compito di tal fatta? E chi sarebbero gli incaricati? E quando e come sarebbero state seguite le procedure di evidenza pubblica per l’acquisto delle forniture delle necessarie siringhe?
La Sig.ra Tamaro esterna, da ultimo, lo sconforto di passeggiare in una campagna nella quale non si eleva più il canto delle allodole o degli usignoli. È anche il mio sconforto perché quel canto non lo sento da tempo intorno casa…ma la causa siamo sicuri sia da attribuire alla caccia che, secondo studi accreditati, incide per meno dell’1% sulla mortalità della fauna?
Credo pertanto che l’appello al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri, richiamando la figura di San Francesco elevato a fondamento della identità nazionale e a modello di vita, sia, ad essere credenti, una patetica petizione di principio solo volta a vedere vietata l’attività venatoria come se la biodiversità ma anche gli ecosistemi dovessero guardarsi solo dalle doppiette e non invece da tutte le altre attività dell’Uomo, nessuna esclusa.
Dalle mie parti in campagna usano un’espressione colorita ma efficace: “Farla fuori dal vaso”.
Ecco, appunto.
Cordialmente. Franca Taddeucci

















