LA CACCIA FAVORISCE LA BIODIVERSITÀ?

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Nel dibattito di questi giorni, spesso si sostiene che la caccia non abbia alcun ruolo nella conservazione dell’ambiente e della biodiversità. La realtà è più complessa. Quando è regolata in modo rigoroso e inserita in un’efficace gestione faunistica, l’attività venatoria non solo è compatibile con la tutela degli ecosistemi, ma è spesso in grado di generare benefici anche per molte specie prive di interesse venatorio.

Un esempio concreto è rappresentato dalla gestione della piccola selvaggina stanziale. Per disponibilità di dati prendiamo a riferimento la Toscana. Il Piano Faunistico Venatorio evidenzia come gli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) investano ogni anno circa 700.000 euro in interventi di miglioramento ambientale. Una quota significativa di queste risorse è destinata alla realizzazione di colture per la selvaggina, ovvero appezzamenti coltivati appositamente per offrire alimentazione e rifugio alla fauna (le cosiddette colture a perdere). Considerando il contributo medio erogato dagli ATC agli agricoltori, tali interventi interessano complessivamente oltre un migliaio di ettari.

Può sembrare una superficie limitata, ma il suo valore ecologico è molto maggiore di quanto i numeri lascino immaginare. La maggior parte di questi interventi è infatti concentrata all’interno di istituti faunistici, come le Zone di Ripopolamento e Cattura e le Zone di Rispetto Venatorio. Si tratta di piccoli appezzamenti, raramente superiori a uno o due ettari, distribuiti all’interno di aree ben definite, dove contribuiscono a creare vere e proprie isole ad alta biodiversità nel paesaggio agricolo.

A questo si aggiunge il ruolo delle Aziende Faunistico-Venatorie. La normativa toscana impone infatti di destinare almeno il 3% della loro superficie a interventi di miglioramento ambientale. Pur con una qualità degli interventi variabile da azienda ad azienda, ciò significa altri quattro-cinquemila ettari gestiti con finalità naturalistiche.

I benefici di queste aree vanno ben oltre fagiani e lepri. Numerose specie, in particolare gli uccelli tipici degli ambienti agricoli, trovano in questi habitat risorse oggi sempre più rare nelle campagne intensamente coltivate. Uno studio condotto in Scozia, ad esempio, ha rilevato una presenza di avifauna quasi cento volte superiore nelle colture dedicate alla fauna rispetto alle colture agricole ordinarie. Naturalmente l’efficacia di questi interventi dipende dalle specie seminate, dalla loro localizzazione e dalle modalità di gestione, ma il loro potenziale per la conservazione di specie in declino è indiscutibile.

Vi è inoltre un ulteriore beneficio, spesso poco considerato. Le colture per la selvaggina non vengono diserbate e ospitano quindi una ricca comunità di piante spontanee. Queste favoriscono la presenza di impollinatori, farfalle e numerosi altri insetti, componenti essenziali degli ecosistemi agricoli e della biodiversità complessiva.

Nel loro insieme, questi interventi dimostrano come una gestione faunistico-venatoria di qualità possa rappresentare un contributo concreto al contrasto della perdita di biodiversità negli ambienti agricoli. Un contributo che, per estensione e investimenti dedicati si aggiunge — ed in alcuni contesti supera — quello previsto dalle misure agroambientali previste dalla PAC.

Un valore che merita di essere conosciuto, valutato sulla base dei dati e maggiormente riconosciuto nel dibattito pubblico.

(Francesco Santilli – Ufficio Studi e Ricerche Federcaccia)

Fig. 1) Opportunamente gestite, le colture a perdere, diventano un habitat importante per impollinatori, insetti utili, e molte specie di uccelli tipici degli ambienti agricoli
Fg. 2) Una striscia di triticale a perdere lungo un filare alberato: un esempio di come mantenere un habitat ricco di biodiversità
Fig. 3) Negli ambienti ad agricoltura intensiva, le colture per la selvaggina, sono fondamentali per interrompere la monotonia ambientale e mantenere un habitat idoneo per molte specie.