Da domenica si torna a caccia. È un momento che, al di là delle polemiche e delle contrapposizioni, riporta nei boschi una pratica antica fatta di attesa, freddo, tracce e silenzi. Per raccontarla con profondità, forse, vale la pena tornare a Mario Rigoni Stern: cacciatore e scrittore, uomo dell’Altipiano che nel selvatico cercava soprattutto una misura, un limite e una forma di ascolto

Per comprendere Mario Rigoni Stern bisogna forse cominciare dall’immagine di un uomo che cammina nel bosco d’autunno, con il fucile sulla spalla e un cane davanti a sé. Non ha fretta. Guarda le tracce sulla terra, riconosce un richiamo lontano, sente cambiare il vento, osserva la luce che scende tra gli abeti. Il cane ogni tanto si ferma, annusa, riparte. L’uomo lo segue. Quell’uomo è uno scrittore ma in quel momento potrebbe essere semplicemente un montanaro dell’Altipiano di Asiago. E forse proprio qui sta una delle chiavi per entrare nel mondo di Mario Rigoni Stern. Prima ancora della letteratura vengono la montagna, il bosco, gli animali, le stagioni. Rigoni Stern nacque ad Asiago nel 1921 e all’Altipiano rimase profondamente legato per tutta la vita. La montagna per lui non fu mai un paesaggio da contemplare da lontano, né tantomeno una palestra nella quale misurare le proprie prestazioni. Era una casa, nel senso più antico della parola. Un luogo abitato dagli uomini ma anche dagli alberi, dagli animali, dalla neve e dal vento; un ambiente nel quale ogni cosa vive in relazione con le altre. Non sorprende che, accanto ai libri della guerra – a cominciare dal celeberrimo “Il sergente nella neve” – una parte fondamentale della sua opera porti titoli come Il bosco degli urogalli, Uomini, boschi e api, Il libro degli animali, Arboreto salvatico, Sentieri sotto la neve. La natura, nella sua narrativa, non è uno sfondo ma è uno dei personaggi. E dentro questo rapporto con la natura c’è anche la caccia. Oggi qualcuno potrebbe vedere una contraddizione tra l’amore di Rigoni Stern per gli animali e la sua passione venatoria. Per lui probabilmente la contraddizione era molto meno evidente. La sua non era la caccia intesa come consumo, competizione o esibizione del trofeo. Era una pratica antica, legata alla cultura della montagna e soprattutto a una conoscenza profondissima del selvatico. Lo disse con estrema chiarezza: “La caccia non è uno sport, è una passione”. La distinzione è importante. Nei suoi racconti il cacciatore deve conoscere il bosco, sopportare il freddo, la neve, la fame, la stanchezza. Deve saper aspettare. Deve conoscere gli animali e soprattutto deve sapere quando fermarsi. La caccia diventa così anche una disciplina del limite, assai distante dall’idea di dominio indiscriminato sulla natura. Non a caso Rigoni Stern ricordava di essere stato tra i primi, già molti anni prima, a chiedere che venisse vietata la caccia al gallo cedrone. È significativo anche il modo in cui spiegava personalmente questa apparente contraddizione. La caccia, diceva, può diventare un pretesto “per affondare nella natura selvaggia”. E raccontava l’emozione di salire in montagna prima dell’alba e assistere al passaggio dal buio alla luce: “È il brivido della creazione”. In queste poche parole c’è probabilmente molto più di una teoria sulla caccia. Il vero obiettivo non sembra essere la preda. È esserci. Essere nel bosco quando ancora gli altri dormono. Sentire il freddo sulle mani. Vedere la prima luce sulle montagne. Ascoltare un animale prima ancora di scorgerlo. Leggere una traccia sulla neve e capire che poche ore prima un essere vivente è passato di lì. La caccia diventa allora una forma arcaica e ancestrale di immersione nella natura. Accanto al cacciatore c’è il cane. Tra i cani che accompagnarono Rigoni Stern, uno occupa un posto particolare: Cimbro, il suo spinone, al quale dedicò pagine affettuosissime, quasi una piccola biografia, nel racconto “Il cane che vidi piangere”. Cimbro era un cane robusto, capace di affrontare terreni difficili e neve ma soprattutto profondamente legato al padrone. Una testimonianza del Club Alpino Italiano ricorda anche una fotografia diventata quasi emblematica. Rigoni Stern, barba e cappello, accanto al suo spinone dal pelo duro e fitto. Lo scrittore la utilizzava talvolta come cartolina per gli amici e scherzava annotando sul retro: “Io sono quello con il cappello”. L’ironia nascondeva un’affinità autentica. Nel racconto dedicato a Cimbro, Rigoni Stern ricorda infatti ciò che gli dicevano in famiglia: “Non sappiamo se è Cimbro che assomiglia a te o sei tu che assomigli a Cimbro”. È una frase bellissima perché annulla quasi la distanza tra uomo e animale. Cimbro non è semplicemente uno strumento del cacciatore. È un compagno che conosce il bosco attraverso sensi che l’uomo non possiede. Il cacciatore osserva il cane e il cane interpreta odori, movimenti, presenze invisibili. Per qualche ora uomo e animale formano quasi un unico organismo che attraversa la montagna. Anche per questo nei racconti venatori di Rigoni Stern la morte non è mai trattata con leggerezza. La preda conserva una propria dignità. Urogalli, galli forcelli, beccacce e altri animali selvatici non sono bersagli ma appartengono a un mondo autonomo che il cacciatore può attraversare soltanto rispettandone le regole. La raccolta “Racconti di caccia” rende particolarmente evidente questa concezione. La caccia vi appare come una prova contro la fame, il sonno, il freddo e la stanchezza, nella quale il rapporto fondamentale non è tanto con “l’animale” in astratto quanto con il selvatico. Ed è proprio la parola selvatico a essere decisiva. Rigoni Stern amava una natura abitata, conosciuta e vissuta. Non idealizzava il bosco come un paradiso separato dall’uomo. Conosceva il lavoro dei boscaioli, dei malgari, dei contadini; sapeva che un bosco viene curato e che la montagna è il risultato di un equilibrio secolare tra presenza umana e ambiente naturale. Per questo la sua ecologia appare ancora oggi singolarmente concreta. Non nasce da un’idea astratta della natura ma dall’esperienza. Bisogna conoscere il nome degli alberi. Bisogna sapere quando arriva una beccaccia. Bisogna riconoscere le impronte sulla neve. Bisogna sapere quando tagliare una pianta e quando lasciarla crescere. Bisogna conoscere gli animali abbastanza bene da comprendere anche quando non devono più essere cacciati. In “Arboreto salvatico” gli alberi diventano quasi individui, ciascuno con una propria storia. In “Uomini, boschi e api” uomini, piante e animali appartengono allo stesso racconto. Nel “Bosco degli urogalli” il selvatico conserva invece tutta la sua distanza e il suo mistero. È una natura amata proprio perché non completamente addomesticabile. Forse è questo che rende ancora interessante la figura di Mario Rigoni Stern. Era un cacciatore che amava profondamente gli animali. Un uomo che utilizzava il legno e piantava alberi. Un montanaro che conosceva la durezza della natura e proprio per questo non aveva bisogno di idealizzarla. Uno scrittore che aveva attraversato la guerra e che, tornato a casa, sembrava trovare nei ritmi del bosco una misura più antica e più sensata dell’esistenza. La montagna gli aveva insegnato soprattutto il limite. Dopo la smisuratezza della guerra, nella quale gli uomini avevano preteso di decidere della vita di migliaia di altri uomini, il bosco restituiva un ordine differente: l’inverno e la primavera, la nascita e la morte, la migrazione degli uccelli, la neve che copre le tracce e il disgelo che le cancella. E in mezzo a questo ordine cammina l’uomo. Non padrone della montagna ma ospite. Qualche volta con un fucile sulla spalla. Davanti, uno spinone di nome Cimbro che cerca una traccia. E intorno quel silenzio che Mario Rigoni Stern ha saputo trasformare in letteratura senza mai spezzarlo.
Marco Ciarafoni

















