GIORNATA ONU PER LA DIVERSITÀ BIOLOGICA. “COSTRUIRE UN FUTURO CONDIVISO PER TUTTA LA VITA”

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) ha proclamato il 22 maggio la Giornata internazionale per la diversità biologica, con l’obiettivo di aumentare la comprensione e la consapevolezza dell’importanza della biodiversità e della necessità di arrestare e invertire il suo declino.

La data è stata scelta dall’Assemblea generale dell’Onu per commemorare l’adozione, il 22 maggio 1992, del testo della Convenzione per la Diversità Biologica (Convention on Biological Diversity, in breve Cbd).

Lo slogan scelto quest’anno per la Giornata, “Costruire un Futuro Condiviso per tutta la Vita” [“Building a Shared Future for all Life“] ha l’intento di sottolineare il valore della biodiversità e l’importanza delle azioni per proteggerla e ripristinarla al fine di raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e di rispondere alle maggiori sfide socio-ecologiche: dalla mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico alla soluzione dei problemi sanitari, dalla sicurezza alimentare e idrica e alla fornitura di mezzi di sussistenza sostenibili.

Lo slogan è stato scelto anche per dare continuità a quell’impulso e a quel supporto che si era creato nel 2020 e nel 2021 intorno al nuovo accordo Onu per la biodiversità, il Global Biodiversity Framework per il post-2020, in breve post-2020 Gbf), che sarà adottato in occasione della seconda parte della Cop-15, ossia la 15^ Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Cbd. Rinviata ripetutamente a causa della pandemia Covid-19, la Cop-15 si svolgerà a Kunming (Cina), entro la fine dell’anno.

Il nuovo accordo Onu per la biodiversità sostituirà il Piano strategico mondiale per la biodiversità (Global Strategic Plan for Biodiversity) approvato nel 2010 a Nagoya (Giappone), per il periodo 2011-2020, dalla Cop-10. Il Piano era composto da 20 traguardi, articolati in 56 indicatori, nel complesso noti come Aichi Biodiversity Targets. Ogni Paese firmatario doveva contribuire ai traguardi finali attraverso propri Piani d’Azione e Strategie Nazionali.

Gli Aichi Biodiversity Targets erano stati definiti nel tentativo di proteggere e conservare la biodiversità, presupposto della sicurezza alimentare globale, della salute e dell’acqua pulita. Purtroppo, secondo la quinta edizione del Global Biodiversity Outlook (Gbo-5), pubblicato alla fine del 2020, nessuno degli obiettivi di Aichi per il 2020 è stato pienamente raggiunto. Gli esperti imputano i fallimenti nel raggiungimento degli obiettivi a una generale mancanza di investimenti, risorse, conoscenze e responsabilità nei confronti della conservazione della biodiversità. Gli obiettivi nazionali adottati in ciascun paese partecipante non sono sempre stati in linea con i target di Aichi e la somma dei risultati raggiunti dalle singole nazioni non è stata sufficiente per raggiungere gli obiettivi globali.

Il Gbo-5 ricorda che progressi soddisfacenti sono stati ottenuti solo per quattro di essi, tra cui quello che prevedeva di istituire, a scala globale, aree protette sul 17% del territorio e del 10% dei mari e delle coste del pianeta. Oggi, secondo un rapporto ONU del 2021, le aree protette si estendono su quasi 23 milioni di km2 di ecosistemi terrestri e delle acque interne (16,6% del totale) e 28 milioni di km2 di acque costiere e oceaniche (7,7% del totale), con un incremento di oltre 21 milioni di km2 (42% dell’attuale copertura) rispetto al 2010.

L’Ipbes, la massima autorità scientifica mondiale su biodiversità, sostiene che le responsabilità sono legate prevalentemente alle attività umane: distruzione, frammentazione e degradazione di habitat terrestri e marini; prelievo eccessivo di risorse biologiche (con la pesca soprattutto): inquinamento ambientale; cambiamenti climatici; diffusione di specie aliene invasive. L’Ipbes cita anche i principali fattori indiretti del declino della natura: l’aumento della popolazione e dei consumi pro capite di risorse naturali; l’innovazione tecnologica, che in alcuni casi ha ridotto ma in molti casi ha aumentato gli effetti negativi sulla natura; i deficit di governance e di responsabilità della politica.

Anche nell’UE, nonostante i tanti sforzi e i numerosi casi di successo—per esempio in termini di programmi di conservazione di specie a rischio di estinzione e di integrazione del valore della biodiversità nei settori produttivi—lo stato e le tendenze della biodiversità non sono soddisfacenti. I dati di riferimento di un rapporto dall’Agenzia Europea per l’Ambiente riportano un generale declino dello stato delle specie e degli habitat. Anche a livello nazionale i dati sullo status di specie e habitat sono in linea con quanto emerge a scala europea, come mostrano anche i risultati dei reporting italiani delle direttive Habitat e Uccelli. Risultati incoraggianti vengono dalle aree protette. Attualmente esse coprono il 26,4% del territorio dell’UE, con il 18,5% designato come siti Natura 2000 e il 7,9% con altre tipologie di aree protette, di designazione nazionale. Per il 2030 sarà necessario un ulteriore ampliamento delle aree protette terrestri (oltre che di quelle marine) per raggiungere l’obiettivo di proteggere legalmente almeno il 30% del territorio dell’UE, come stabilito nella Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030. Il target del 30% di aree protette è stato fissato anche per le aree marine. La Strategia europea sulla biodiversità per il 2030 indica inoltre una serie di misure, tra cui: la rinaturalizzazione di fiumi, coste e altri ecosistemi compromessi dal consumo di suolo; la protezione delle specie a rischio (in particolare uccelli e insetti impollinatori); la conversione a sistemi produttivi di agricoltura biologica di almeno il 25% dei terreni agricoli; il dimezzamento dell’uso dei pesticidi; la salvaguardia delle residue foreste primarie; piani di forestazione anche per il miglioramento della qualità ambientale delle città.

Informazioni di sintesi e infografiche su stato e tendenze della biodiversità in Italia sono disponibili nella Relazione per lo Stato dell’Ambiente del Ministero per la Transizione Ecologica e nella pubblicazione “Transizione ecologica aperta” dell’ISPRA.

I rapporti Gbo-5 e Ipbes attestano che l’allarmante tendenza alla perdita di biodiversità sta mettendo in pericolo le economie, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare e la qualità della vita delle persone in tutto il mondo, specialmente le donne e le comunità più vulnerabili, come le popolazioni indigene. Secondo il World Economic Forum(Wef), oltre metà del Prodotto Interno Lordo mondiale è a rischio a causa della perdita dell’erosione della natura e della biodiversità e ogni ulteriore occupazione e sottrazione degli ecosistemi naturali aumenta il rischio di futuri shock socioeconomici. Secondo un rapporto dell’IPBES del 2020, dal titolo “Pandemics”, le cause alla base delle pandemie sono gli stessi cambiamenti ambientali globali che guidano la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico. Questi includono il cambiamento dell’uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura e il commercio e il consumo di specie animali selvatiche. Questi fattori di cambiamento portano la fauna selvatica, il bestiame e le persone a un contatto più stretto, consentendo ai microbi animali di infettare le persone e portare a infezioni, a volte focolai, e più raramente in vere pandemie, che si diffondono attraverso reti stradali, centri urbani e rotte globali di turismo e commercio. Il recente aumento esponenziale dei consumi e degli scambi, trainato dalla domanda nei paesi sviluppati e nelle economie emergenti, nonché dalla pressione demografica, ha portato a una serie di malattie emergenti che hanno origine principalmente nei paesi in via di sviluppo con elevato livelli di biodiversità, guidate dai modelli di consumo globali.

Gli scienziati prevedono che le tendenze negative della trasformazione della natura, considerati gli attuali scenari socio-economici, potranno continuare fino al 2050. Eppure, come sostiene sia il rapporto Ipbes sia il Gbo-5, all’interno dei plausibili scenari socio-economici futuri», vi è anche quello che porta a piegare la curva del declino della biodiversità e alla costruzione d’un futuro in cui sarà possibile «vivere in armonia con la natura» e in cui «entro il 2050 la biodiversità è valorizzata, conservata, restaurata e sapientemente utilizzata, mantenendo i servizi ecosistemici, sostenendo un pianeta sano e offrendo benefici essenziali per tutte le persone del mondo».

Il Post-2020 Gbf può rappresentare lo strumento di riferimento fondamentale per rimettere il mondo sulla buona strada per proteggere e ripristinare la biodiversità entro il 2030, guidando l’azione necessaria per il cambiamento trasformativo. È evidente che questa trasformazione richiede una nuova visione del mondo che trascenda le divisioni politiche, economiche e culturali e che sia catalizzata da un’ampia gamma di fattori e condizioni abilitanti, inclusi i mezzi finanziari, le nuove tecnologie, le acquisizioni scientifiche e i saperi e le conoscenze delle popolazioni locali e dei popoli indigeni, il mainstreaming di genere, la consapevolezza e la partecipazione del pubblico, in particolare dei giovani. La vasta gamma di fattori abilitanti necessaria per perseguire questo cambiamento richiede anche una gamma altrettanto ampia di attori e regole per consentire e incoraggiare la condivisione di esperienze, il trasferimento di tecnologia e i fondi sufficienti per l’attuazione. (Fonte ISPRA)