
Vogliamo cibo sano, foreste curate, città più verdi, vini eccellenti e biodiversità tutelata. Celebriamo le produzioni locali e raccontiamo con entusiasmo il ritorno alla terra. Eppure, quando arriva il momento di scegliere gli studi universitari, sembra che queste priorità perdano attrattiva. Amiamo ciò che agricoltura, allevamenti e foreste ci offrono. Quanto siamo disposti a investire nelle competenze necessarie a garantirle?
Il segnale è concreto: secondo un’elaborazione dell’Osservatorio Talents Venture su dati MUR, le immatricolazioni nella classe L-25, Scienze e tecnologie agrarie e forestali, sono diminuite del 30% tra il 2021/22 e il 2025/26. L’ultimo dato è provvisorio e questa classe non comprende tutti i corsi del settore: occorre dunque evitare generalizzazioni. La flessione, però, interroga università, istituzioni e società.
Forse una prima spiegazione sta nel modo in cui raccontiamo il rapporto con la natura. Il «ritorno alle tradizioni» viene spesso rappresentato come una liberazione dalla complessità: lasciare la città, coltivare un campo, produrre vino, vivere nel verde. Una narrazione seducente, che rischia però di nascondere la preparazione necessaria. La tradizione agricola è conoscenza accumulata, ma conservarne il valore in condizioni climatiche, ambientali ed economiche diverse richiede ricerca e innovazione. Il sapere dei nonni merita rispetto, ma non può risolvere da solo problemi che i nonni non hanno mai affrontato.
C’è poi un equivoco persistente su ciò che si studia. Quanti ragazzi, e quanti genitori, associano ancora Agraria a un percorso poco tecnologico, destinato soprattutto a chi possiede un’azienda agricola? Quanti immaginano le Scienze forestali come una preparazione limitata alla sorveglianza e al taglio dei boschi?
Nella realtà gli studi di Agraria mettono in relazione biologia, chimica, fisica, economia e discipline tecniche con alto livello di innovazione. Nei diversi indirizzi trovano spazio sensori, droni, telerilevamento, sistemi informativi geografici, modelli previsionali, genetica e analisi dei dati. Si studia come produrre utilizzando meglio acqua e suolo, affrontare le malattie delle piante, gestire foreste e alberi urbani, migliorare la qualità e la sicurezza degli alimenti. La tecnologia serve a comprendere sistemi viventi, nei quali ogni intervento comporta conseguenze da valutare.
Anche la crescita delle università telematiche merita attenzione. La flessibilità, la possibilità di conciliare studio e lavoro e la minore necessità di spostarsi rispondono a bisogni reali. Sarebbe però scorretto attribuire automaticamente a questa concorrenza il calo delle iscrizioni: servono dati sui percorsi alternativi scelti dagli studenti. Il confronto pone comunque una domanda agli atenei: quanto sono accessibili e ben organizzati? Laboratori, esercitazioni e attività sul territorio hanno un valore formativo essenziale, ma richiedono servizi e sostegni che ne rendano possibile la frequenza.
La questione più scomoda riguarda forse il prestigio sociale. «Mio figlio è avvocato», «mia figlia è architetta»: titoli immediatamente riconoscibili, capaci di evocare un ruolo. «Mio figlio è agronomo» suscita lo stesso orgoglio? O richiede ancora una spiegazione, quasi che occuparsi delle condizioni materiali della nostra esistenza conferisse meno autorevolezza?
Non abbiamo elementi per misurare quanto questo pregiudizio pesi sulle iscrizioni. Vale però la pena chiedersi se sopravviva una gerarchia culturale che associa il successo alla distanza dalla terra. Una gerarchia curiosa, in un Paese che affida tanta parte della propria identità al paesaggio e alle produzioni agroalimentari.
Eppure, il contributo di queste professioni alla vita quotidiana è concreto. L’agronomo contribuisce alla qualità e alla sicurezza del cibo attraverso le scelte produttive e la gestione del suolo, dell’acqua e delle colture. Le sue competenze mettono in relazione la produzione agricola, la tutela delle risorse naturali e la salute delle persone.
Il dottore forestale pianifica e gestisce le risorse boschive, tutela la biodiversità e contribuisce alla protezione del suolo e delle acque, alla prevenzione degli incendi e del dissesto idrogeologico. Prendersi cura dei boschi significa occuparsi anche dell’aria che respiriamo, del clima e della sicurezza delle comunità. In sostanza, per vivere bene serve il medico, ma servono anche il dottore agronomo e il dottore forestale.
Riconoscere questo valore non significa stabilire una graduatoria tra i saperi. Economia, giurisprudenza, sociologia, architettura, lettere, filosofia e fisica sono discipline indispensabili, e nessuna deve giustificarsi screditandone un’altra. Una società deve però domandarsi se sta formando competenze sufficienti per i propri bisogni fondamentali. Per mangiare tre volte al giorno occorrono agricoltori, filiere efficienti, tecnologi alimentari preparati. Per bere un buon vino servono conoscenze di viticoltura, microbiologia ed enologia. Per avere alberi urbani sani e foreste capaci di affrontare condizioni difficili servono competenze specifiche. Dichiararsi favorevoli al verde non insegna a gestirlo.
Sarebbe tuttavia troppo comodo attribuire alla incoerenza dei giovani il calo delle iscrizioni. Una scelta universitaria dipende anche dai costi, dalle prospettive occupazionali, dalle retribuzioni attese e dalla possibilità di costruirsi una vita autonoma. Se definiamo strategiche certe professioni, dobbiamo riconoscerne il valore negli incarichi, nei compensi e nelle opportunità. La vocazione ambientale non può diventare una richiesta di disponibilità al sacrificio.
Il calo delle iscrizioni dovrebbe aprire una discussione su questa distanza fra ciò che diciamo di considerare essenziale e ciò che rendiamo desiderabile studiare e praticare.
Possiamo continuare a celebrare il cibo italiano, commuoverci davanti a un bosco e chiedere più alberi nelle città. Ma qualcuno dovrà saper produrre quel cibo, gestire quel bosco e far crescere quegli alberi. E quel qualcuno dovrà pur scegliere di studiare come si fa. (Francesco Ferrini, Marco Bindi, Simone Orlandini – Articolo tratto da Georgofili Info – Anno: 2026; Numero: 37 – Foto di Nikolay Georgiev da Pixabay)

















