ACCADEMIA DEI GEORGOFILI. AGRICOLTURA, UNA REPUTAZIONE INGIUSTA DA NARRAZIONI SBAGLIATE

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La crescente distanza tra mondo agricolo e società urbana rende difficile conoscere ciò che realmente avviene nei campi e negli allevamenti e in un vuoto di conoscenza, narrazioni parziali, falsi miti e messaggi nasce una reputazione dell’agricoltura moderna che non corrisponde alla realtà. Può non piacere, ma è indubbio che oggi l’agricoltura, compreso l’allevamento degli animali, in molti paesi industrializzati e tra questi l’Italia, non gode di una buona reputazione. Argomento sottaciuto se non ignorato ma che non si può nascondere.

La reputazione è il giudizio collettivo e la stima che un gruppo sociale, i clienti o il pubblico nutrono nei confronti di una persona, di un’azienda, di un’organizzazione o di un sistema complesso come è l’agricoltura. La reputazione è una percezione collettiva, non coincide con ciò che un soggetto è (identità) ma con come viene percepito dagli altri.

Non per questo motivo può essere negata e ancor più sottovalutata, anche perché richiede anni se non secoli, come per l’agricoltura, per essere costruita e consolidata, ma può essere compromessa in poco tempo, come avviene in Italia quando da paese agricolo diviene un paese industriale e da una popolazione agricola del 60-70% nel 1861 dell’Unità d’Italia si passa all’odierno 4%.

Attualmente il 96% degli italiani non ha una conoscenza personale e diretta della agricoltura, ma soltanto attraverso la mediazione di una comunicazione sempre più complessa e differenziata, che è all’origine – almeno questa è l’opinione di chi scrive – di una ingiustificata e falsa reputazione della moderna agricoltura.

L’uomo di città non conosce l’agricoltura

Complessa e molto variegata è la popolazione che in Italia vive in aree urbane o agglomerati urbani che è circa l’83%, secondo analisi e dati recenti dell’ISTAT, ma non esistono sicure ricerche su cosa l’italiano che vive in città sa sulla agricoltura, dalla quale riceve il suo nutrimento. Se si considera un italiano medio di città, con un’età compresa tra i 35 e i 50 anni (un campione che ha tutti i suoi limiti), si può avere un quadro orientativo che deriva da quello che vede e compra al supermercato e mangia durante il giorno.

Di sicuro l’uomo conosce una stagionalità degli alimenti soprattutto vegetali, anche se questa non esiste per molti altri alimenti soprattutto se conservati. Inoltre dalle etichette sa riconoscere differenze tra alimenti dello stesso tipo, come vino, olio, pasta, pomodoro con le loro diverse qualità sulle quali è pronto a discutere e disquisire per ore, ma del contadino che sta all’origine di questi alimenti non sa nulla, anche se in alcune città esistono mercati contadini e nelle vicinanze vi sono degli agriturismi.

Degli alimenti sa il prezzo e può essere a conoscenza di problemi di siccità, caro energia, dazi, difficoltà per guerre. Dei contadini il cittadino, per sentito dire o tramite alcuni documentari, superficialmente sa che fanno un lavoro che è duro e pericoloso (questo perché i giornali e la televisione ogni anno segnalano circa centocinquanta morti per incidenti) ma non sa cosa fanno tutto il giorno, anche se molte produzioni, come quella del latte, non vanno in ferie.

Sa invece che in certi momenti i contadini fanno scioperi occupando strade con i loro trattori (e di questo il cittadino si preoccupa per i propri viaggi), che con la PAC e i contributi UE prendono i soldi dall’Europa, ma non sa perché e come funzionano.

Per gli alimenti vegetali l’uomo urbano ha qualche idea, spesso nebulosa, che esistono anche prodotti biologici perché gli hanno detto che la chimica fa male, ma queste produzioni portano a minori rese, maggiori costi e certificazioni per cui hanno prezzi maggiori. Per gli alimenti d’origine animale, il cittadino ha poche e solo generiche idee ma in seguito a numerose trasmissioni televisive si è fatto l’idea che molti animali sono cresciuti in allevamenti intensivi in condizioni ben diverse di quelle nelle quali lui, uomo di città, mantiene, alimenta e cura il proprio cane e gatto.

Preconcetti urbani sulla agricoltura

Il cittadino, dell’agricoltura e dell’allevamento degli animali, non sa realmente nulla a proposito delle tecniche agrarie con le loro rotazioni, concimazioni, necessità di fitofarmaci, irrigazione a goccia, serra idroponica e tante altre pratiche scientifiche lungamente studiate sotto ogni aspetto, non ultimi la qualità e la sicurezza delle produzioni. Per l’allevamento degli animali, oggi il cittadino ogni anno mangia una media di circa ottanta chilogrammi di carne, comprese ossa ecc., a un prezzo molto contenuto, in quantità ben diverse di un secolo prima, quando il consumo annuo medio di carne era di sedici chilogrammi per anno e vigeva il detto: “un povero mangia un pollo quando è ammalato l’uomo o il pollo”, le mucche erano in stalle buie e alla catena, i maiali in porcilaie e le galline dentro i pollai, in condizioni a dir poco catastrofiche.

L’uomo delle città, attento ai costi della sua vita e ai prezzi di ogni oggetto che acquista, non sa quanto costa un ettaro di terra, quanto rende un quintale di grano o un ettolitro di vino, che esistono rischi di gelate o di siccità, che necessita irrigazione a pioggia. Il cittadino non sa che oggi in Italia il quattro per cento della popolazione agricola produce molto, ma molto di più del sessanta per cento della popolazione di un tempo e che questo è possibile solo con i nuovi mezzi di meccanizzazione nei campi come trattrici, GPS, droni, sensori nel terreno ecc. E nelle stalle non c’è più un mungitore ogni dodici mucche, ma sistemi meccanici ed automatizzati di mungitura, alimentazione, ventilazione. Il cittadino quasi sempre non sa che per fare il vino ci vogliono due anni, che un ulivo rende dopo cinque/sette anni, che da quando si semina un campo di erba medica per alimentare una mucca a quando è pronto un buon formaggio stagionato, passano diversi anni.

Numerosi sono i preconcetti dell’uomo urbano perché l’agricoltore non è un romantico dei campi ma un imprenditore che deve combattere con i mutui, le bizzarrie del tempo, i cambiamenti climatici e la burocrazia, perché non basta piantare vegetali o allevare animali e aspettare qualche mese per dare un raccolto, ma per averlo sono necessari prodotti della moderna industria chimica, meccanica, mangimistica. Non è inoltre vero che tutto il chimico fa male perché senza le difese ottenute con gli agrofarmaci e gli zoofarmaci e senza fertilizzanti avremmo solo la metà delle rese in alimenti vegetali e animali.

L’uomo di città conosce bene il cibo finito, le storie e i marchi ma conosce poco o niente il lavoro, i costi, i rischi e la tecnica di chi quel cibo lo fa nascere e questo è la conseguenza principale di tre condizioni. 1 – L’uomo urbano aveva nonni contadini, i loro figli sono andati in fabbrica o in ufficio e la terza generazione (circa un secolo dopo) ha perso il contatto con l’agricoltura. 2 – Nel supermercato il cibo sullo scaffale non ha più alcun legame con la terra di provenienza e con chi lo ha prodotto. 3 – Nelle scuole di città non si fa più educazione agricola.

Ma, soprattutto, quanto ora tratteggiato sulla mancata conoscenza della agricoltura e dell’allevamento sta alla base di paure e di una falsa, cattiva reputazione della agricoltura.

Reputazione e comunicazione

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “Ma cosa diavolo è l’acqua?”

Una storiella questa – lo storytelling o raccontare storie, oggi se non di moda è quasi obbligatorio – ci dice che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare, anche quando i banali luoghi comuni possono riguardare ed essere alla base di importanti questioni, come è il caso della comunicazione che oggi vi è tra agricoltura e vita urbana della quasi totalità della popolazione italiana e sulla quale si basa la reputazione.

Avere una buona reputazione, ieri ma soprattutto oggi, è fondamentale perché genera fiducia, apre porte nel lavoro e migliora i rapporti sociali. È un capitale prezioso che si costruisce con il tempo e guida le scelte delle persone. Nel lavoro e nelle aziende porta più clienti perché la gente sceglie ciò di cui si fida, e aiuta a vendere meglio e a superare i momenti di crisi. Nella vita di tutti i giorni una buona reputazione facilita i rapporti umani basati sul rispetto, soprattutto se – come avviene per i prodotti agricoli – riguarda la sicurezza. Una corretta comunicazione è necessaria, soprattutto oggi quando questa passa attraverso storie più che fatti scientificamente e sicuramente accertati, deliberatamente o involontariamente aumentati e/o distorti per altri fini e che anche indirettamente riguardano l’agricoltura nei suoi diversi aspetti, causando una non corretta e non di rado sua negativa reputazione.

Improprie narrazioni agro-alimentari e nuove paure

Quando la maggior parte della popolazione mangiava quel che produceva, erano gli alimenti stessi che parlavano e non vi era bisogno di una comunicazione. Oggi non è più così e la narrazione e diventato il principale mezzo di accesso e diffusione della conoscenza, intervenendo nel processo di percezione, interpretazione e condivisione degli alimenti, quando questi sono sempre più differenziati (molte decine sono le tipologie di latte, ma anche di gran parte di altri alimenti) e le tabelle – diciamolo subito – oltre ad essere spesso di non facile lettura ed interpretazione, hanno uno scarso impatto psicologico.

L’interesse per la narrazione e il suo ruolo nella costruzione della realtà alimentare oggi è divenuto un tema centrale in diversi ambiti disciplinari: psicologico, pedagogico, sociologico ed economico-manageriale e nella rappresentazione che la popolazione si è fatta della agricoltura che produce alimenti. In una società urbana nella quale il 96% degli italiani non ha visto un campo di grano, una mucca o un maiale dal vivo ma solo in televisione, è attraverso la narrazione che si costruisce una identità, si ricordano tradizioni culturali e memorie collettive in gran parte più o meno artificialmente ricostruite con eventi ed esperienze che interagiscono con il presente, orientando le scelte degli individui. La narrazione oggi si configura come un modello interpretativo della realtà, responsabile del processo di trasmissione, nonché di interpretazione di valori, tradizioni e conoscenza e quindi anche nel giudizio che una società e i singoli individui hanno, quindi la reputazione di una agricoltura che fornisce alimenti d’origine vegetale e animale, che modifica l’ambiente nella quale opera.

Sull agricoltura e gli allevamenti all’uomo di città arrivano narrazioni delle più diverse forme (comunicati, interviste, testi scritti, immagini, sketch televisivi ecc.) diffusi su ogni mezzo di comunicazione, tradizionali e moderni, in gran parte di produzione settoriale, pubblica (Ministeri diversi) di organizzazioni collettive (Consorzi ecc.), e privata (singole imprese ed aziende multinazionali o locali); il risultato è un infinito schiamazzo di voci, immagini, messaggi che nei consumatori concorrono alla formazione di una non più sicura e affidabile buona reputazione dell’agricoltura che fornisce loro alimenti d’origine vegetale a animale.

Gran parte dei messaggi che riguardano l’agricoltura e che sono inviati e diffusi tra le popolazioni urbane in maggioranza sono di parte di chi non fa agricoltura, coltiva o alleva, ma di chi usa le loro produzioni sotto le più diverse forme: conservazione, trasformazione, commercio, produzione di alimenti di consumo diretto trasformato ecc. Quest’ultima informazione molto spesso contribuisce a dare della agricoltura immagini di parte, settoriali, quindi falsate, se non quando, per diversi motivi. L’agricoltura e i suoi prodotti sono oggetto di una comunicazione che mira al sensazionale che non di rado sconfina con uno scandalismo, se non diviene fonte di paure.

Una informazione incompleta e soprattutto inadeguata genera nuove paure. Nei secoli passati si pregava Dio con l’invocazione “fame, peste et bellum libera nos domine”, per chiedere protezione contro i tre peggiori flagelli che colpivano l’umanità: le epidemie (peste), le carestie (fame) e i conflitti armati (guerra). Oggi prevale l’idea non che senza cibo si muore di fame, ma che con il cibo si rischia di morire perché gli alimenti sono entrati tra Le nuove Paure studiate dall’antropologo, etnologo, scrittore e filosofo francese Marc Augè (1935 – 2023). Un moderno illuminista che ci ha spinto a conoscere ciò che collettivamente temiamo di più, quando la paura fa sistema, crea contagio, induce visioni apocalittiche in un insieme riallacciato a una crisi planetaria nella quale rientra anche l’incubo, l’allarme e la paura alimentare, che sempre più oggi è scaricata sulla agricoltura.

(Fonte Giovanni BALLARINI – Università degli Studi di Parma, Italy – Contenuto in Georgofili Info – Anno: 2026, numero: 31 del 16/09/2026)