INCENDI BOSCHIVI, TUTELARE L’AMBIENTE SIGNIFICA AVERE IL CORAGGIO DI CAMBIARE. UNA RIFLESSIONE DEL VICEPRESIDENTE VICARIO FEDERPARCHI

50

 

Gli incendi che hanno interessato in questi mesi la Val Grande e altri territori italiani non possono essere considerati soltanto emergenze da affrontare quando il fuoco è già divampato. Sono, prima di tutto, un segnale evidente di quanto il cambiamento climatico stia modificando le condizioni nelle quali viviamo e gestiamo il nostro territorio. Periodi sempre più lunghi di siccità, temperature elevate, vegetazione estremamente secca e precipitazioni sempre più irregolari stanno creando condizioni nelle quali anche un focolaio può trasformarsi rapidamente in un incendio di grande intensità, proprio perché le condizioni attuali lo rendono difficile da controllare.

La scienza ci mostra con sempre maggiore chiarezza che il clima sta cambiando. L’aumento delle temperature, l’alterazione dei regimi delle precipitazioni e la maggiore frequenza di eventi estremi impongono alle nostre politiche una capacità di adattamento che non possiamo più rimandare. La stessa scienza deve quindi diventare il punto di riferimento delle nostre decisioni, permettendoci di valutare fenomeni, rischi, tecnologie e soluzioni sulla base dei dati e delle evidenze disponibili, superando paure e contrapposizioni preconcette.

Tutelare l’ambiente, dunque, non significa necessariamente lasciare tutto com’è. Di fronte ai cambiamenti che stanno interessando il clima, i nostri territori e il modo stesso in cui viviamo e utilizziamo le risorse, credo che tutelare l’ambiente significhi, sempre di più, avere il coraggio di mettere in discussione alcuni schemi consolidati e cercare risposte nuove a problemi che, in molti casi, non sono più quelli di qualche decennio fa.

Dobbiamo certamente ridurre le emissioni di CO₂, utilizzare le risorse in modo più responsabile, limitare gli sprechi e consegnare alle generazioni future un ambiente migliore di quello che abbiamo ricevuto. Ma proprio per questo dobbiamo evitare che la politica ambientale si trasformi in una successione di divieti o, peggio ancora, in una contrapposizione ideologica tra chi difende l’ambiente e chi invece si occupa di sviluppo, economia o energia.

Il tema dell’energia rappresenta, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti.

Se siamo davvero convinti che la decarbonizzazione sia una delle priorità del nostro tempo, dobbiamo essere disponibili a valutare tutte le tecnologie che possono contribuire a raggiungere questo obiettivo, senza stabilire a priori che alcune siano buone e altre cattive sulla base di appartenenze ideologiche.

Il fotovoltaico è una risorsa fondamentale, ma non può essere installato ovunque; l’eolico può contribuire alla produzione di energia, ma pone in alcuni territori problemi paesaggistici e ambientali; le biomasse possono rappresentare un’opportunità, ma anche in questo caso esistono condizioni e limiti da valutare attentamente.

E poi ci sono due temi sui quali credo sia necessario recuperare una maggiore capacità di confronto: il nucleare e l’idroelettrico.

Sul nucleare possiamo avere opinioni diverse, ed è giusto che sia così, ma ritengo sia arrivato il momento di discuterne senza pregiudizi, valutandone seriamente sicurezza, costi, tempi di realizzazione, gestione delle scorie e capacità di produrre energia con basse emissioni durante la generazione elettrica.

Per quanto riguarda l’idroelettrico occorre invece partire da una considerazione realistica: il nostro Paese ha già sfruttato in larga misura il proprio potenziale e non possiamo pensare di costruire una nuova stagione di grandi opere idroelettriche come se fossimo ancora nella seconda metà del Novecento. Questi bacini, però, in un contesto caratterizzato da periodi di siccità sempre più lunghi e da una crescente irregolarità delle precipitazioni, possono assumere una funzione che va ben oltre la produzione di energia, contribuendo all’approvvigionamento idrico in situazioni di emergenza e rappresentando una riserva preziosa anche nella prevenzione e nella gestione degli incendi boschivi.

È un cambio di prospettiva importante. Non dobbiamo necessariamente chiederci soltanto quanta energia possiamo ancora produrre dall’acqua, ma anche come possiamo utilizzare in modo intelligente le infrastrutture e i bacini che già abbiamo per affrontare una delle principali conseguenze del cambiamento climatico: la crescente vulnerabilità dei nostri territori correlata alla siccità e agli incendi.

Se vogliamo davvero affrontare la transizione energetica e, più in generale, il cambiamento climatico, dobbiamo allora avere il coraggio di porci una domanda molto semplice: quale sistema energetico e quale modello di gestione delle risorse vogliamo per il futuro?

Non possiamo pensare contemporaneamente di voler ridurre drasticamente le emissioni, di non voler utilizzare alcune tecnologie, di non voler modificare sostanzialmente i nostri consumi e, allo stesso tempo, di non voler affrontare le conseguenze concrete del cambiamento climatico.

Le emissioni non si riducono semplicemente attraverso i divieti. Si riducono costruendo alternative concrete, tecnologicamente valide ed economicamente sostenibili. E l’adattamento al cambiamento climatico richiede, allo stesso modo, infrastrutture, prevenzione, capacità organizzativa e una gestione del territorio finalmente adeguata alle condizioni attuali.

Questa riflessione diventa ancora più importante quando guardiamo alla montagna e alle nostre aree protette.

La Val Grande ci ha mostrato concretamente quanto possa essere complesso affrontare un incendio in un territorio montano, impervio e di grande valore naturalistico. E proprio l’esperienza di questi mesi dovrebbe indurci a fare una riflessione che va ben oltre il singolo territorio.

Dobbiamo infatti prendere atto che gli incendi estremi non sono più un fenomeno che riguarda soltanto alcune aree tradizionalmente considerate a rischio. Gli incendi possono colpire ovunque, e anche il Nord Italia deve essere preparato a gestire emergenze di questo tipo con una disponibilità di mezzi e capacità operative adeguate alla nuova situazione climatica.

È quindi necessario ragionare seriamente sulla possibilità di avere una maggiore disponibilità di mezzi aerei e terrestri dislocati stabilmente nei mesi estivi anche nel Nord del Paese, così da poter intervenire rapidamente dove si manifesta l’emergenza, senza dover attendere lo spostamento di risorse da altri territori, spesso lontani.

Ma non basta avere più mezzi. Dobbiamo anche essere capaci di utilizzarli nel modo più rapido ed efficace possibile.

Ed è qui che credo sia necessario aprire una riflessione sui protocolli dell’emergenza e sulla capacità di far dialogare realmente tutte le strutture che intervengono nella gestione degli incendi e delle calamità: Vigili del Fuoco, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, AIB e tutte le altre componenti che, a seconda delle situazioni, possono concorrere al soccorso.

In emergenza non dovrebbe prevalere la domanda “di chi è quel mezzo e quindi chi può salirci?”, ma la domanda “come possiamo utilizzare nel modo più rapido e sicuro possibile la risorsa che abbiamo a disposizione?”.

Se, per esempio, in una situazione di emergenza fosse disponibile un elicottero appartenente a una struttura dello Stato e contemporaneamente vi fossero uomini di un altro Corpo che devono raggiungere rapidamente una zona impervia, occorre interrogarsi sulla possibilità di costruire protocolli che, nel pieno rispetto delle condizioni di sicurezza e delle responsabilità operative, consentano una maggiore interoperabilità tra i diversi apparati.

Non si tratta di confondere competenze o responsabilità, ma di evitare che procedure e rigidità organizzative possano rallentare un intervento quando ogni minuto può essere decisivo.

Perché un’ora guadagnata nell’intervento su un incendio può significare ettari di bosco salvati, può impedire che il fuoco raggiunga un’abitazione e, in determinate circostanze, può anche significare salvare una vita.

Dobbiamo quindi investire nella tecnologia, nella prevenzione e nella capacità di intervento, utilizzando droni, sistemi satellitari, strumenti di monitoraggio, modelli previsionali e tutte le soluzioni che possono permetterci di individuare rapidamente i focolai e di intervenire prima che diventino incontrollabili.

Ma dobbiamo anche avere il coraggio di ripensare alcune modalità di gestione del territorio.

La montagna di oggi non è quella di cinquant’anni fa. È meno abitata, meno coltivata e meno utilizzata. Non possiamo pensare realisticamente di riportarla al modello sociale ed economico del passato, ma non possiamo nemmeno immaginare che lasciare tutto completamente immutato significhi automaticamente proteggerla.

Le difficoltà che oggi si incontrano, per esempio, per realizzare piste tagliafuoco, sempre più necessarie, o interventi di manutenzione e gestione forestale devono essere ridotte: sì al controllo, no a burocrazia inutile e dannosa. Altrimenti i boschi, da opportunità e risorsa, finiscono per divenire un problema ingestibile in caso di incendio.

Spesso ci soffermiamo sul volo di un elicottero nel Parco – sul quale, invero, sono sempre stato rigoroso – ma perdiamo di vista il vero problema ambientale, che è di gran lunga più ampio e che occorre invece affrontare senza ulteriori indugi, in modo sistematico e non di facciata.

Per questo credo che la parola “conservazione” debba essere interpretata in maniera diversa rispetto al passato. Conservare non può significare semplicemente non intervenire, ma prevenire, gestire, adattare e innovare.

E significa avere il coraggio di modificare alcune regole quando ci accorgiamo che sono state costruite per una realtà che nel frattempo è profondamente cambiata.

Naturalmente questo non significa abbassare il livello di tutela ambientale. Significa, al contrario, renderlo più efficace, perché una tutela che non tiene conto del cambiamento climatico, dell’evoluzione del territorio e delle nuove esigenze di sicurezza rischia di diventare una tutela soltanto teorica.

Dobbiamo quindi superare alcune contrapposizioni che considero ormai obsolete: ambiente contro economia, conservazione contro gestione, sviluppo contro tutela, energia contro paesaggio.

E proprio il rapporto tra ambiente ed economia merita una riflessione più ampia. Una politica ambientale non può essere realmente efficace se viene concepita soltanto entro i confini di un singolo Paese o di una parte del mondo. Se siamo davvero interessati alla tutela del pianeta, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che le politiche ambientali devono essere globali.

Non possiamo pensare che solo una parte diventi sempre più rigorosa nelle proprie politiche ambientali, imponendo costi crescenti alle proprie imprese e ai propri cittadini, mentre altre parti del pianeta continuano a produrre, consumare e inquinare secondo modelli che non cambiano. Il rischio è quello di ottenere il risultato peggiore dei due possibili: indebolire la nostra economia senza riuscire realmente a migliorare le condizioni ambientali del pianeta.

Se una fabbrica europea produce con emissioni ridotte ma la produzione viene semplicemente trasferita in un altro continente dove gli standard ambientali sono molto più bassi, abbiamo davvero risolto il problema? Se un’impresa occidentale chiude perché non riesce più a sostenere determinati costi ambientali e lo stesso prodotto viene poi importato da un Paese che produce con emissioni molto maggiori, abbiamo davvero tutelato l’ambiente o abbiamo solo devastato l’economia di un territorio?

Queste non sono domande contro l’ambiente. Sono, al contrario, domande che dobbiamo porci proprio se abbiamo a cuore l’ambiente.

Una politica ambientale che produce soltanto la perdita di competitività delle nostre imprese, la delocalizzazione delle attività produttive e lo spostamento delle emissioni in altre parti del mondo rischia di essere non soltanto inefficace, ma addirittura deleteria. La tutela dell’ambiente deve quindi procedere insieme alla capacità di mantenere un sistema economico forte, innovativo e competitivo, perché senza sviluppo, investimenti e risorse diventa più difficile finanziare la ricerca, le tecnologie pulite, la prevenzione e la stessa protezione del territorio.

Gli Stati Uniti, per esempio, hanno nuovamente avviato il percorso di uscita dall’Accordo di Parigi. Nel frattempo continuano guerre che comportano enormi consumi energetici, distruzione di infrastrutture e pesanti conseguenze ambientali. E allora dobbiamo chiederci se sia davvero sufficiente intervenire sulle piccole cose nei nostri territori quando, contemporaneamente, a livello globale continuiamo ad assistere a processi enormemente più impattanti.

La sfida vera è riuscire a mettere insieme ambiente ed economia, sviluppo e tutela, energia e paesaggio, consentendo alle nostre comunità di continuare a vivere e lavorare nei territori e garantendo, allo stesso tempo, la protezione della natura.

È una riflessione che faccio da Presidente del Parco Nazionale della Val Grande e da Vicepresidente Vicario di Federparchi, ma credo sia una riflessione che riguarda, in generale, il futuro di tutti.

Abbiamo davanti un cambiamento profondo e non possiamo affrontarlo con gli strumenti del passato. Dobbiamo essere più preparati sugli incendi, più efficienti nella gestione delle emergenze, più aperti all’innovazione tecnologica, più pragmatici nella politica energetica, più attenti alla sostenibilità economica delle nostre scelte e più capaci di adattare le nostre regole alla realtà che cambia.

I segnali di un punto di non ritorno ci sono tutti. La scienza ce lo spiega da anni, ma troppo spesso la nostra miopia ci porta a negare anche l’evidenza.

Difendere la natura non significa fermare il mondo, ma avere il coraggio di cambiare il modo in cui il mondo va avanti. (Luigi Spadone – Presidente del Parco Nazionale della Val Grande, Vicepresidente Vicario di Federparchi)