
Il mainstream e la stessa comunità ‘scientifica’ amano rappresentarsi come il luogo del buon senso, della misura, della scienza basata sulle evidenze, spesso tirata a destra e sinistra da opposti estremismi. Questa lettura passa però già in sordina una differenza importante: gli animalisti di città non possono essere equiparati alle comunità che vivono e lavorano dove vi sono i grandi carnivori. Nell’articolo di cui riportiamo il link, gli antropologi ci spiegano che “C’è difficoltà per chi vive in montagna nell’ottenere uno spazio di espressione nel dibattito pubblico. Da qui deriva la frustrazione di chi si sente ridotto a una caricatura macchiettistica, che poi porta a esasperare le proprie posizioni nella speranza di trovare ascolto”. E chi è che non ascolta la gente? Forse quei parchi e quei progetti che usano modelli pedagogici antidiluviani pretendendo di insegnare la convivenza a tavolino?
È necessario che la comunità scientifica cominci ad occuparsi di sé stessa perché è una parte importante nel gioco sociale che circonda la conservazione. E se già nel 2012 Mech aveva pubblicato un opinion paper dal titolo “Is science in danger of sanctifying the wolf” – che era evidentemente rivolto agli scienziati, non ai pastori – questo significa che la comunità scientifica ha perso la caratteristica di essere superpartes nel dibattito sociale. La polarizzazione tanto lamentata nasce proprio dall’assenza di un arbitro adeguato alla partita in corso. Forse cambiando arbitri si potrà tornare ad un dibattito più civile.
Leggi l’articolo su Il Dolomiti: https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/blog/orsi-e-persone-storie-di-convivenza-dal-mondo/2026/gli-orsi-eliminarli-tutti-ma-la-versione-del-ragazzo-e-cambiata-in-pochi-minuti-le-opinioni-sulla-convivenza-tra-i-grandi-carnivori-e-le-comunita-locali-rivelano-una-complessita-spesso
(Fonte pagina FB Biologia della conservazione)

















