> credits
Federazione Italiana della Caccia. via Salaria, 298/A - 00199 Roma


ARTICOLI


03 Aprile 2009

Muflone, trofeo ambito
Come lo stambecco, deve la sua sopravvivenza ai cacciatori. È estremamente elusivo, grazie a olfatto e vista sviluppati che rendono arduo ogni tentativo di avvicinamento.

Uno dei selvatici più discussi nell’ambiente venatorio è sicuramente il muflone (Ovis musimon).
Basti ricordare le perplessità sollevate dall’immissione di questo bovide in Slovenia (allora ancora Yugoslavia), sia da parte dei cacciatori che dei tecnici. Motivo? Il grande disturbo, acustico ed olfattivo, creato dai branchi di muflone, oltre che per l’occupazione, che potremmo definire arrogante, del territorio.
Forse la motivazione dei cacciatori era ed è surrogata anche dalla particolare elusività di questo selvatico e, di riflesso, dalla difficoltà di incontro e di prelievo. D’altro canto, il bel mantello, la bontà delle carni e le corna imponenti ne fanno un ambito trofeo per i cacciatori di ungulati. Le perplessità tecniche e gestionali sono suffragate dal pericolo di ibridazione con le pecore domestiche, oltre alla concorrenza di questo bovide con il camoscio (nella fascia di coabitazione, in particolare zone rocciose a bassa quota), a tal punto da farne richiedere, in qualche area protetta, l’eradicazione.
Il muflone è originario della Corsica e della Sardegna, e ancor più anticamente dell’Asia Minore.
È un selvatico molto rustico, super ruminante e pascolatore; preferisce la luce del giorno e la compagnia di consimili. Si notano infatti raggruppamenti di femmine e juniores, in branchi organizzati, mentre i maschi in genere formano delle bande instabili. Almeno sino al periodo degli amori, quando iniziano i combattimenti per la supremazia sul territorio, a forza di cornate e di avvertimenti sonori, per il dominio sul branco delle femmine.
Attualmente il muflone in Italia occupa piccoli areali e, quindi, scarsa è l’espansione della specie. Tant’è che lo troviamo sparpagliato in areali disgiunti, frutto di immissioni successive e, in qualche caso, poco razionali. Nuclei di una certa consistenza si trovano in Friuli, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Piemonte, Casentino e, ovviamente, in Sardegna. In Toscana raggiunge probabilmente il top della consistenza. In Europa, il muflone europeo (Ovis arumon musimon) è detto anche pecora selvatica europea. Anche questa specie, come lo stambecco salvato dai Savoia, deve la sua sopravvivenza ai cacciatori. A salvare il muflone è stato Eugenio di Savoia, che nel XVIII secolo introdusse il muflone corso nella riserva reale austriaca a Vienna. Da qui, fu introdotto successivamente in Slesia, Cecoslovacchia e altre nazioni europee. Comunque, va ricordato che non tutto il territorio dell’impero austro-ungarico si è subito dimostrato idoneo allo sviluppo della specie: all’errore tecnico di immissioni forzate, si aggiunse così quello dell’incrocio con pecore domestiche, al fine di ingrossare ed irrobustire l’animale e migliorarne il trofeo. Nonostante tutto, il muflone resta un trofeo ambito: i cacciatori sanno quanto sia elusivo, quale sia il suo olfatto, che, grazie anche all’ottima vista, rende arduo ogni tentativo di contatto. Trattandosi di un bovide ha, ovviamente, corna perenni; anche il 60% delle femmine (ad eccezione di quelle sarde) ne è munito, anche se sono meno appariscenti. Come per il camoscio e lo stambecco, anche per il muflone è facile determinare l’età, proprio dal conteggio degli anelli annuali di crescita degli astucci cornei, età che potrà, se del caso, essere confermata dall’analisi della consunzione dei denti.
In termini di gestione, visto che l’espansione della specie dai luoghi di immissione è oltremodo contenuta, si tratterà di valutare attentamente la situazione ambientale dei siti prima di eventuali ulteriori rilasci, privilegiando zone marginali, non facilmente recuperabili, in comprensori basso-montani e pre-montani, possibilmente abbandonati dalla pastorizia e caratterizzati da una copertura forestale (latifoglie) di scarsa importanza economica.
Osservazioni costanti sul territorio, censimenti di controllo e monitoraggio, sensati piani di prelievo, soprattutto per contenere la competizione diretta, alimentare e spaziale, con il capriolo e, soprattutto, con il camoscio, sono le necessarie premesse per una corretta gestione anche del muflone.

Goffredo Grassani



Rubriche


Archivio articoli
Ricerca articoli
Comunicati Stampa
Rassegna Stampa
Dalle Regioni

> credits
Federazione Italiana della Caccia. via Salaria, 298/A - 00199 Roma