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24 Febbraio 2020

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Fauna cacciabile

CAPRIOLO (Capreolus capreolus)
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Fenologia
S  N  R

A cura di Rodolfo Grassi




Capriolo
Descrizione
Appartiene all’ordine Artiodactyla, famiglia Cervidae, grandi mammiferi erbivori muniti di “corna” caduche, in realtà di tessuto osseo. È il più piccolo rappresentante della famiglia, con una lunghezza corporea di 100-130 cm ed un’altezza al garrese di 60-80 cm; il peso, in considerazione dell’età e dell’alimentazione, può variare tra i 21 e i 25 kg nei maschi, e tra i 20 e i 23 kg nelle femmine. Il pelo degli adulti è marrone-rossastro in primavera avanzata, ma bruno-grigiastro negli altri momenti dell’anno; le mute del mantello avvengono in aprile-maggio e in ottobre. I giovani sono macchiati di bianco. In entrambi i sessi, sul fondo della schiena è evidente, soprattutto in inverno, una macchia di pelo bianco, a forma di rene nel maschio e di cuore nella femmina; la coda è cortissima. I maschi sono muniti di un palco osseo costituito da brevi aste ornate da tre punte (denominate oculare, vertice e stocco), alla cui base è presente un anello ingrossato e robusto; il palco, a crescita stagionale, cade durante l’inverno e ricresce in primavera, tra marzo e aprile. Ha limitate manifestazioni vocali, costituite da un “abbaio” (con significato di allarme) e un fischio, emesso da entrambi i sessi con il naso e udibile fino a 200 m; a questi si aggiungono poche varianti (gemiti, urla di spavento) e il maschio, durante il corteggiamento, emette un caratteristico “rantolo” (Spagnesi & De Marinis, 2002). I maschi maturano intorno ai 3 anni di età, mentre le femmine all’età di 1-2 anni. La stagione riproduttiva cade nel periodo di luglio-agosto; una volta fecondata, la femmina è in grado di arrestare lo sviluppo dell’embrione fino a inverno inoltrato (gennaio). A questo punto, lo sviluppo riprende ed i piccoli (in genere 2 o 3) nascono tra maggio e giugno; spesso questi vengono lasciati soli nei primi giorni di vita mentre la madre si tiene nelle vicinanze, avvicinandosi solo per l’allattamento. Le femmine che non sono state fecondate in estate possono ancora esserlo in novembre.
 
 
Capriolo
Foto Greentime/M. Marchetti
 
Habitat e areale di diffusione
Tipico delle zone di margine, abita preferenzialmente le aree cespugliate in evoluzione verso il bosco. Dotato di buone capacità di adattamento, lo si incontra anche in ambienti boschivi radi o in ambienti rurali aperti intervallati da boschetti e siepi, dalle aree a clima mediterraneo fino al limite della vegetazione arborea, ad eccezione di zone eccessivamente innevate o paludose. È attivo nelle ore dell’alba ed al tramonto ma, rispetto al Cervo, la sua attività si protrae di più nelle ore mattutine e comincia prima nel pomeriggio. A causa delle scarse dimensioni dello stomaco rispetto a quelle corporee, è molto selettivo nella dieta, nutrendosi solo di alimenti vegetali ad alto contenuto energetico, come foglie, fronde, gemme, apici e ghiande. Predilige gli abeti bianchi tra le conifere e querce, carpini e olmi tra le latifoglie; si ciba però anche di leguminose ed essenze floreali, mentre tralascia le graminacee. Territoriale soprattutto nel periodo riproduttivo, nel corso dell’inverno tende a formare gruppi di individui di entrambi i sessi, numerosi negli ambienti agricoli aperti ma di piccole dimensioni e a carattere familiare nelle zone boschive (Prigioni et al., 2001). La sottospecie europea (C. c. capreolus) è ampiamente diffusa in tutta Europa, eccetto alle latitudini più estreme. In Italia sono presenti due sub-areali separati: uno, a distribuzione continua, copre l’intero Arco Alpino, l’Appennino ligure e lombardo e i rilievi delle province di Asti ed Alessandria, e comprende circa il 75% della popolazione nazionale complessiva; l’altro corre lungo la dorsale dell’Appennino tosco-emiliano (Spagnesi & De Marinis, 2002). Altri nuclei, a bassa densità ma localmente in espansione, si incontrano in Piemonte, Val d’Aosta, Abruzzo, nel Gargano e in Sila. In altre regioni sono in corso reintroduzioni (Prigioni et al., 2001).
 
 
Capriolo
Foto Greentime/M. Marchetti
 
Dimensione e andamento delle popolazioni

In Italia sono presenti complessivamente circa 120-130.000 capi, con una tendenza all’incremento numerico. Fino al XVIII secolo, la specie era presente in modo diffuso e continuo in tutta l’Italia continentale e in Sicilia; successivamente, a causa della persecuzione da parte dell’uomo, la specie è andata incontro ad un progressivo decremento e contrazione dell’areale (Spagnesi & De Marinis, 2002). La tendenza ha cominciato ad invertirsi a partire dagli anni ’60, quando le popolazioni nazionali hanno ricolonizzato molte aree a causa dell’abbandono delle attività rurali, con un conseguente miglioramento ambientale, e della regolamentazione del prelievo diretto. Attualmente le densità maggiori (fino a 40 capi/km2) vengono raggiunte sull’Appennino, nelle regioni del centro Italia, anche se le popolazioni locali non raggiungono ancora i valori potenziali (Spagnesi & De Marinis, 2002).

 
Conservazione e gestione
Il Capriolo non è considerata specie a rischio, soprattutto nelle porzioni centro-settentrionali dell’areale nazionale, dove lo stato di conservazione è in netto miglioramento (Spagnesi & De Marinis, 2002). In molte situazioni locali, però, in virtù della sua elevata territorialità, è molto sensibile alle condizioni di sovraffollamento. Le principali cause di mortalità sono costituite dalla predazione, dai rigori dell’inverno e dall’innevamento persistente, che sottrae possibilità alimentari; le tecniche selvicolturali finora utilizzate e i rimboschimenti monocolturali creano inoltre ambienti inadatti per una specie che normalmente occupa habitat con un buon grado di diversità. Anche i cani (randagi o da caccia al Cinghiale) sono da annoverarsi tra i fattori di mortalità di questa specie, sia come predatori diretti sia come responsabili di azioni di disturbo, che possono sfociare in investimenti stradali o urti mortali contro ostacoli di vario tipo, come barriere o recinzioni (Prigioni et al., 2001): sarebbero auspicabili azioni volte alla riduzione drastica del fenomeno. Nelle regioni centro-meridionali, invece, la situazione è precaria e risulterebbero prioritarie sia la salvaguardia dei nuclei autoctoni esistenti sia la reintroduzione di un numero adeguato di individui (Spagnesi & De Marinis, 2002). A causa delle basse densità non si pongono problemi di danni economici causati dagli animali al settore agro-forestale, ad eccezione di casi estremamente isolati (Prigioni et al., 2001).


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